Condividiamo un interessante articolo del Gruppo Archeologico Romano sezione di Capena sulla condizione degli schiavi e dei liberti nell’antica Roma. Per saperne di più, venite a visitare l’Antiquarium e l’area archeologica Lucus Feronia a Capena.

La condizione servile e quella dei liberti a Roma

La figura dello schiavo è sempre stata presente nella storia delle civiltà antiche: sin dal XIV sec. a.C. infatti, a partire dalle civiltà sumere ed egizie, troviamo la presenza di servi addetti alle più svariate funzioni. Nella civiltà romana, la condizione servile rientrava generalmente nel trattamento che il cittadino romano riservava agli stranieri.

Come si diventava schiavi

Si diventava schiavi per vari motivi: il più frequente era dovuto alle guerre. I prigionieri di guerra, divenuti proprietà dello Stato erano venduti al miglior offerente. La seconda causa era l’indebitamento: coloro che non potevano pagare un debito, dopo la prigione, diventavano proprietà del creditore, che li vendeva o li tratteneva come propri servi. Si poteva diventare schiavi anche per altre cause, come ad esempio una condanna penale che comportava proprio la perdita della libertà personale (di solito erano omicidi, disertori o evasori fiscali), oppure i prigionieri caduti nelle mani di pirati o briganti, che alimentavano un florido mercato di compravendita degli schiavi. C’era inoltre il caso di persone estremamente povere che vendevano i propri figli, o quello di intere famiglie o tribù, provenienti sopratutto dalle zone più povere dell’Impero, che spinte dalla fame, emigravano a Roma per porsi al servizio di persone abbienti e facoltose.

Le mansioni degli schiavi

Gli schiavi erano usati per le più svariate mansioni: dai rematori sulle navi da guerra o onerarie, ai minatori, dove erano usati sopratutto per l’estrazione di metalli preziosi. In città gli schiavi erano usati come artigiani (vasai, muratori, carpentieri, addetti alle strade etc.) oppure usati nei lavori domestici o, i più istruiti e intelligenti erano usati come maestri, pedagoghi, medici etc. In campagna, la schiavitù comprendeva braccianti, allevatori, contadini e le condizioni di vita erano molto più dure che non quelle di città, legate al duro lavoro della terra. Una punizione molto temuta dai servi di città infatti, era quella di essere spediti a lavorare nelle ‘Ville rustiche’, le attuali fattorie, con annesse aziende agricole.

Le abitazioni degli schiavi

Gli schiavi vivevano negli ‘Ergastula’, edifici piccoli, malsani, a volte sotterranei, adiacenti all’edificio principale della proprietà. Ricordiamo l’esempio della Villa dei Volusii, dove adiacente alla parte signorile della villa, troviamo una serie di ‘cubicula’, piccoli ambienti attorno ad un vasto peristillo, dove vivevano gli schiavi addetti alla proprietà.

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Ergastulum, villa Volusii Saturnini

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Mitra con il berretto frigio

I diritti degli schiavi

Gli schiavi non avevano alcun diritto: non potevano possedere niente, se avevano mogli o figli, anch’essi erano automaticamente schiavi. Lo schiavo restava tale anche se il padrone moriva. Erano totalmente dipendenti dal padrone, che aveva su di loro ogni diritto.

La Manumissio

Lo schiavo però poteva conquistare la libertà attraverso un gesto pubblico del padrone: la Manumissio. Era proprio l’atto che, secondo il diritto romano, rendeva lo schiavo libero.
Si potevano avere tre tipi di Manumissio:

  1. Manumissio per testamento: un padrone, morendo, disponeva nel proprio testamento, di liberare uno schiavo.
  2. Manumissio per censo: nel corso di un censimento effettuato normalmente ogni cinque anni dai censori, questi ultimi iscrivevano nel registro dei cittadini liberi (il Census), su dichiarazione del padrone, il nome di uno schiavo che da quel momento diventava libero.
  3. Manumissio vindicta: era la più importante. Il padrone conduceva lo schiavo di fronte ad un Praetor, dichiarando la propria volontà di affrancare il servo. Il pretore toccava il capo di quest’ultimo, con un bastone chiamato ‘vindicta’ e pronunciava le formule di rito. Dopo il pretore, era un Littore (una particolare figura civile, al servizio di un magistrato), che a sua volta batteva la spalla del servo con la ‘vindicta’ e pronunciava altre formule rituali. Durante il rito della Manumissio, il padrone donava allo schiavo un particolare berretto: il Pileus, un berretto frigio, (dal nome della regione dell’Asia minore da dove proveniva tale copricapo) con la punta rivolta in avanti che, proprio dall’uso che se ne faceva nell’antica Roma, assunse nei secoli successivi il valore simobilico di libertà.

Il Liberto

Dopo questo rito, il servo era libero: era ormai un Liberto ed il padrone diventava il suo Patrono. Il liberto infatti rimaneva sempre legato al padrone attraverso il Patronimico. Nelle iscrizioni riguardanti i liberti infatti, oltre al nome assunto dallo schiavo nel momento della Manumissio, troviamo sempre la formula: ‘Liberto di…’. Il nome del patrono al genitivo, seguito dalla lettera L. (libertus), come per esempio: ‘Titus L.’ (liberto di Tito).

I diritti dei liberti

I liberti non avevano gli stessi diritti dei cittadini liberi: per esempio non erano ammessi alla carriera politica, ma avevano il diritto di cittadinanza. Molti di loro continuavano a vivere con il vecchio padrone e a lavorare per lui, svolgendo mansioni spesso scomode, come il commercio e l’usura, oppure, sfruttando le esperienze e le conoscenze fatte durante la servitù, svolgevano dei lavori in proprio, diventando spesso molto ricchi e potenti. I liberti arricchiti usavano spesso le loro ricchezze per essere accettati dai cittadini nati liberi, che spesso rifiutavano rapporti con loro. Non rari sono i casi di liberti che restaurano o costruiscono monumenti a proprie spese per avere una maggiore visibilità nella società romana. E’ il caso di Marco Silio Epaphrodito, liberto arricchito, che come dice l’iscrizione dedicatoria, costruì a proprie spese l’anfiteatro della colonia di Lucus Feroniae.

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Anfiteatro Lucus Feroniae edificato dal liberto Marco Silio Epaphrodito

GRUPPO ARCHEOLOGICO ROMANO

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Sezione di Capena

Via Montebello, 1 00060 Capena (RM)