La fondazione del Castellaccio

L’altura del Castellaccio ha una superficie abitabile di circa otto ettari: di piccola-media grandezza rispetto ai grandi centri etruschi e sabini. La città fu fondata, secondo la leggenda riportata da Servio, da giovani Veienti, guidati dal mitico re Properzio:

“hos Cato dicit Veientum <iuvenes> condidisse auxilio regi Propertii, qui eos Capenam quum adolevissent, miserat”.

Ebbe sempre un forte legame con Veio, di cui fu alleata fedele nella guerra contro Roma, fino alla presa della città etrusca, quando, capitolata quest’ultima, chiese e ottenne la pace all’inizio del IV sec. a.C.

Il Castellaccio nell’età imperiale

La città divenne ‘Municipium Foederatum’ e conservò una parte del suo territorio, poichè Roma le sottrasse tutta la parte orientale dell’agro, rendendola “Ager publicus” (proprietà dello stato romano). La città sopravvisse fino alla tarda età imperiale come testimoniano numerose iscrizioni pubbliche che nominano imperatori fino ad Aureliano. Il municipio era retto da un Praetor, coadiuvato da Aediles e Quaestores, come attestano le basi onorarie rinvenute numerose sul colle.
Non è ancora ben chiaro il significato di ‘Municipium Foederatum’ attribuito a Capena e varie sono le ipotesi. Potrebbe trattarsi del riconoscimento onorifico di un antico ‘foedus’ (patto) con Roma (IV sec. a.C.?), secondo il principio augusteo di ripristino dei valori tradizionali (mos maiorum) e non necessariamente una forma d’indipendenza del Municipio Capenate dal potere centrale.

I resti del Castellaccio

L’unico resto conservato e ancora visibile dell’antica città è il cosiddetto ‘Castellaccio’, situato in una posizione dominante. Le strutture oggi visibili, sono in opera incerta, con scapoli piuttosto regolari di calcare locale, risalgono all’età romana e appartengono, con molta probabilità, a un edificio pubblico la cui funzione non è molto chiara. Varie sono state le ipotesi formulate: certamente le caratteristiche del manufatto e la posizione che occupa nell’area urbana, fanno propendere per un edificio pubblico, forse a carattere sacro: si può suggerire l’ipotesi di un tempio a tre celle. E’ stato anche supposto che, titolare del culto potesse essere Cerere, anche sulla base di iscrizioni del II-III sec. d.C., rinvenute nell’area e dedicate a sacerdotesse di Cerere e Venere (Varia Italia, Flavia Amnia, Julia Paolina). La costruzione in via generale può farsi risalire al I-II sec. a.C.

Gli scavi nell’area

Nell’area furono compiuti numerosi scavi e indagini, già dal XVIII sec. (Galletti) altri seguirono negli anni: 1859 e 1863/66 anche su autorizzazione dei monaci di S.Paolo. Nel secolo scorso, si eseguirono scavi dal 1909 (in contemporanea con la necropoli delle Saliere), poi nel 1931 ad opera di reduci della grande guerra 15/18. Durante questi ultimi, eseguiti anche con la collaborazione della rabdomante Mataloni, sono portate alla luce sepoltura a fossa, costruite con blocchetti di tufo oppure a mattoncini, rocchi di colonna, pavimenti in mosaico, statue e basi onorarie. Sono stati riportati alla luce tratti di due strade lastricate con blocchi di calcare, tratti di mura sul costone dei versanti: sud e nord. Nel 1950 si segnala l’attività dello Stefani. Molto importanti le ricognizioni in loco della British School at Rome degli anni 1959/1962 riportate nei ‘papers’ (PBSR). Altri interventi negli anni 1990/1994 per opera del GAR di Roma.

Gruppo Archeologico Romano

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